Storia di un sogno

Stampa
Categoria: Notizie
Scritto da Webmaster

Storia di un sogno

images/039

La maggior parte del territorio dello Mbeere , il nome di questa regione del Kenya, è un altopiano, dolcemente pianeggiante e degradante verso sud-est, cha varia dai 1300 m slm fino a circa 800m slm. Per queste caratteristiche il terreno si presenterebbe quindi adatto alle coltivazioni sebbene, specie ad est, deve dapprima essere liberato dal pietrame, rovi,  ceppi e radici per renderlo più facilmente coltivabile.

Talune aree rimangono ad ogni modo impraticabili alla coltivazione per l’eccesso degli elementi negativi appena menzionati. In quelle zone la vegetazione varia dall’acacia spinosa, con spine lunghe anche 10 cm, ad altri arbusti spinosi alti anche fino a tre metri. La fitta boscaglia di alcune zone rende in effetti meno praticabili gli insediamenti umani e la stessa agricoltura. La classificazione dei suoli delle zone della parrocchia indicano un tasso di fertilità variabile da moderato a molto basso.

Gli insediamenti trovano così maggior spazio e fruibilità nella parte occidentale della regione, mentre in quella orientale l’uso della terra rimane tradizionalmente più promiscuo fra un sistema di rotazione delle colture e di pascolo per bestiame .

L’agricoltura in queste condizioni è del tipo più arretrato. Al momento dell’arrivo degli operatori italiani non esisteva del tutto la concimazione e la produttività complessiva era quindi bassissima.

Il territorio è caratterizzato da una contesto ambientale semiarido, dalla scarsa piovosità, dalla penuria grave di acqua potabile sia per la popolazione che per i fini produttivi ed irrigui, quantunque vi siano alcuni corsi d’acqua tanto permanenti che stagionali. Ma l’acqua è lontana dalle abitazioni e dai terreni e, per gli abitanti, si impongono lunghe attraversate per rifornirsi alle fonti idriche.

Le criticità derivano dalla distanza che ogni giorno i singoli abitanti devono affrontare per rifornirsi d’acqua. I fiumi, i torrenti, gli invasi o i pozzi, sono spesso distanti dall’abitazione di una famiglia anche una decina di chilometri, pur essendo questa una misura limite. Solitamente però si deve camminare da un paio di chilometri fino anche a cinque o sei. L’approvvigionamento viene effettuato con taniche, di solito da 20 litri, come pure mediante recipienti di ogni fattura e capacità. Se non si possiede un animale, normalmente un somaro che viene caricato spesso all’inverosimile, sono le donne che si caricano taniche e vasi sulla testa.

Serbatoi d’acqua sospesi o rialzati, come pure cisterne interrate sono tipi di realizzazioni che si sono frequentemente realizzate nel comprensorio di Iriamurai ed ora a Mutuovare a beneficio della popolazione locale. Sostanzialmente si tratta di grandi contenitori che prendono l’acqua ad esempio dalle grondaie dei tetti in lamiera e la convogliano direttamente all’interno del serbatoio mediante lunghe condutture di raccordo. Sono molto utili specie in prossimità delle scuole, dove i bambini sono spesso alcune centinaia e le esigenze quindi molteplici, in quanto costituiscono una riserva d’acqua pulita, permanente e di ampie dimensioni.

La disponibilità dell’ acqua, e il sostegno ad una moderna forma di agricoltura ed allevamento quindi, sono le priorità per favorire l’insediamento della popolazione in queste zone.

Mentre guardate questi volti e questi sguardi volevo farvi partecipi di una mia riflessione.


 

Immaginate di essere fermi con la vostra auto in una stazione di servizio, sicuramente non vi chiederete il “perché” e il “come mai” siate proprio in quel punto, perché lo scopo e la direzione del vostro viaggio vi erano molto chiari al momento della partenza e quella sosta, magari per fare benzina e bere un caffè, vi servirà per rifornirvi di nuove energie per raggiungere la meta prefissata. Ma se paragoniamo la nostra vita al viaggio in macchina che abbiamo appena immaginato, ci accorgiamo che le cose non vanno proprio allo stesso modo … Quando uno considera la propria posizione nella vita, la tendenza iniziale è quella di chiedersi come mai le cose non siano andate così come erano state immaginate anni prima. Eppure le idee erano sufficientemente chiare e avevamo preso molti accorgimenti per tentare di raggiungere il nostro obiettivo. Sicuramente però non sono state fatte molte delle cose che avevamo programmato, e quindi non abbiamo ottenuto quanto avevamo nelle aspettative, e, francamente, nemmeno immaginavamo allora che le cose sarebbero potute essere a volte così difficili. La conclusione quindi sembra essere: “Questo non è il punto dove mi immaginavo di essere ora nella mia vita”.  Forse ciò vale  per qualcuno un po’ di più per qualcun altro un po’ meno.

Ma pensandoci meglio, intuisco che, forse, questo è sicuramente il luogo in cui io “dovevo arrivare”. E’ figlio di tutte le esperienze … quelle positive, ed anche degli errori commessi. E’ frutto insomma dell’esercizio della mia libertà. Quella libertà che, se usata impropriamente, ci fa continuamente spostare il traguardo oppure ci allontana da esso, dandoci quella sensazione di essere nel posto sbagliato, di essere insoddisfatti e smarriti. Tutti noi sappiamo in cuor nostro quale sia la realtà che più ci corrisponde, e sappiamo benissimo quali sono i mezzi e comportamenti che dovremmo mettere in campo per realizzarla. Come se ancora fossimo nella nostra macchina immaginata prima e, pur vedendo chiaramente i cartelli che ci indicano la giusta direzione, noi, per una serie di motivi e valutazioni, il più delle volte pretestuosi, scegliessimo in modo più o meno consapevole la strada che ci allontana dalla meta e il fatto di stare allontanandoci lo usiamo come scusante per giustificarci e poter ripetere ancora lo stesso errore. Questi visi, questi occhi, così lontani da noi da non poter sentire il loro grido di aiuto, vivono sotto il nostro stesso cielo e camminano sulla stessa nostra terra, e sono così uguali a quelli di colui che avete seduto accanto a voi, sono i cartelli indicatori della giusta direzione. Vi dirò di più, l’importante non e’ il “dove” siate arrivati ora nella nostra vita, qualsiasi punto va benissimo per riprendere la giusta rotta… e sappiamo anche che “lì fuori” è pieno di cartelli …

Di quel tanto o poco che avete donato, questi volti un giorno vi ringrazieranno, e vedranno il nostro gesto come una benedizione, una fonte di speranza, una ragione per andare avanti.

Noi tutti vi vogliamo ringraziare, si  con questo spettacolo, ma anche regalandovi l’immagine da conservare nel cuore che tra non molto dei bambini in Kenya potranno andare a scuola e a prendere l’acqua senza dover fare 5 o 6  chilometri a piedi …

L’Albero di Nicolas rimarrà come una testimonianza ed un ammonimento per tutti noi, l’augurio quindi che ci dobbiamo fare è quello di continuare ad esercitare nel modo corretto la nostra libertà, stando sempre attenti ai “cartelli” e cercando di perseguire la meta ultima della nostra vita che il nostro cuore non si stanca mai di indicarci.
BUON VIAGGIO A TUTTI NOI!


 

Vi voglio parlare ora di due eroi dei nostri tempi:

inizio con Padre Luigi Sion, per tutti semplicemente padre Gigi. Triestino di origine, originario del popolare rione di San Giacomo, come orgogliosamente in ogni occasione ci tiene a ribadire, ma oramai cittadino del mondo … una vita spesa nelle missioni, dopo aver svolto gli studi seminariali a Trieste , già nel 1957, era partito missionario per il Laos. Dopo lunghi anni trascorsi nel Laos del Nord, ai confini con la Cina, dovette abbandonare per il precipitare degli eventi bellici negli anni ’60, e dopo varie altre assegnazioni in Asia, era giunto in Uruguay rimanendovi per molti anni, ed infine nel 1992 aveva chiesto di aggregarsi ai sacerdoti diocesani di Trieste in Kenya. Padre Gigi oltre a costituire un prezioso aiuto per gli altri sacerdoti è anche un autentico artista, pittore e decoratore ed anche un ottimo fabbro, con la sua piccola officina ed un manipolo dei suoi “ragazzi”, (come affettuosamente chiama coloro che da lui hanno imparato un mestiere ed ora però non sono più proprio tanto ragazzi) compie cose ordinarie e straordinarie, infatti a lui si debbono varie raffigurazioni sulle pareti delle chiese e cappelle, come pure la vetrata della cattedrale di Embu… in più pregevoli, e anche molte volte indispensabili, lavori in ferro saldato. E’ un omone dai tratti decisi, a prima apparenza potrebbero sembrare rudi, ma ti fulmina immediatamente con qualche battuta e capisci che il suo sarcasmo e la sua risata grossa e profonda lo fanno assomigliare ad un personaggio di certi libri di avventure, a un vecchio e saggio lupo di mare, forse un po’ anche a un “vecio brontolon”… come si direbbe nel suo dialetto, ma con un cuore grandissimo, un amore per gli animali tutti, che siano i suoi cani o anche il famoso elefante che era diventato il suo amico ai tempi dell’indocina, e che non voleva farsi fotografare… ma lui dopo anni e tanta pazienza, vi era riuscito e racconta questo episodio in modo fiero lasciando trasparire un filo di commozione. E’ anche un grande appassionato di calcio, sport che ha praticato finché ha potuto e coltiva il desiderio di allenare qualche squadra locale, ma non riesce perché non trova il tempo necessario.
Poi c’e’ Don Piero Primieri … cosa dire di lui … la prima immagine che mi viene in mente è quella del papà, ma ora che è vicino agli 80 anni forse sarebbe meglio dire il nonno, che tutti vorrebbero avere. Un carattere sempre, ma proprio sempre, dolce e gentile, attento e scrupoloso, deciso e risoluto quando necessita, ma sempre paziente e perseverante, con la sua voce calma trasmette una forza portentosa. Pensando a lui mi e’ più volte venuta in mente l’immagine del mare in tempesta che si accanisce contro la roccia di uno scoglio solitario …. Ebbene noi normalmente siamo colpiti dalla forza d’urto del mare che si infrange su di esso in modo violento in un turbinio di schiuma bianchissima, ma lui, lo scoglio, resiste senza spostarsi di un millimetro e pazientemente aspetta che torni la calma … una volta tornata … poi risulta chiaro da che parte sta la vera forza, e con il suo svettare maestoso sopra la distesa di acqua ammonisce tutti noi che non avevamo capito da che parte era la vera forza. Piero è una miniera di esperienza inesauribile, una fonte di aneddoti che farebbe ricco qualsiasi scrittore, solo … che sono storie di vita vera, a volte tragiche, altre volte bellissime e dolcissime, come quando ha aiutato a far nascere un bambino, che e’ voluto venire alla luce prima che la Land Rover raggiungesse il più vicino dispensario dove era diretta. Mi ha accolto, non come un ospite, ma come se ci fossimo conosciuti da sempre, non lo so nemmeno spiegare bene, ricordo però che provavo un brivido quando, chiamandomi per nome, si prodigava ad esempio in spiegazioni sulle zone che stavamo visitando e la sua considerazione in noi faceva accrescere in me una stima grandissima nei suoi confronti. Ovunque ci portava, in un territorio parrocchiale veramente molto grande, con strade quasi sempre in pessime condizioni, la gente lo salutava con un sorriso incredibile e si fermava dal fare qualsiasi cosa stesse facendo in quei momenti. Appare estremamente chiaro quanto sia voluto bene da tutti in quelle zone.